17
Nov

Venti opere dei migliori artisti del 900′ al museo “Bilotti Ruggi d’Aragona” di Rende

«Scelgo Rende perché il mio è un ritorno al Sud, perché il museo di arte contemporanea “Roberto Bilotti Ruggi d’Aragona” è uno scrigno prezioso». Francesca Romana de’ Angelis, l’italianista, scrittrice e sceneggiatrice dalle origini calabresi, non ha dubbi. Dopo il “no” alle tante richieste che le sono pervenute da numerosi musei di Roma, destina, insieme alla sorella Nicoletta, venti opere degli artisti più significativi del Novecento italiano al museo sito nel castello del centro storico rendese. Lo fa, in particolare, attraverso un’ulteriore donazione. Ulteriore perché, a seguito della morte del padre Nicola Maria, avvenuta nel 2016, la studiosa decide immediatamente di elargire circa sessanta pezzi qualificati del patrimonio paterno al museo. «Quest’ultima è la terza donazione che io e mia sorella realizziamo nei confronti del polo culturale di Rende – precisa Francesca Romana de’ Angelis – Le nuove opere, sempre appartenenti alla collezione di nostro padre, sono state già collocate nelle sale del museo, tanto che ad oggi vi si contano più di ottanta tele, quadri e sculture. La nostra idea, tuttavia, è di arrivare a donarne, di opere, cento in totale: sicuramente non ci fermeremo».

Ad arricchire, mediante la nuova donazione, la collezione permanente Nicola Maria de’ Angelis del museo “Roberto Bilotti Ruggi d’Aragona” sono, dunque, opere di alto pregio. «Si tratta delle creazioni – spiega Francesca Romana de’ Angelis – di Piero Dorazio, di Antonietta Raphaël, donna di punta della Scuola Romana, di Ettore Mazzini e, ancora, di Gino Severini, Mimmo Rotella, Simona Weller e tanti altri. Ci sono pure un abito d’arte di Andy Warhol e due di Giosetta Fioroni». Il meglio, insomma, dell’arte italiana (e non solo), espressa con diversi linguaggi ed affermatasi a livello internazionale grazie alla relativa forza espressiva. «Nella collezione già presenti, invece – puntualizza de’ Angelis -, le tele, tra gli altri, di Fausto Pirandello, Cesare Tacchi, Orfeo Tamburi, Giulio Turcato, Domenico Purificato, Mario Mafai, Mino Maccari, Marino Mazzaccurati, Nino Franchina, Pericle Fazzini e di Tano Festa. C’è anche “Uomo con basco” di Renato Guttuso, “Ritratto di Moravia” di Mario Ceroli insieme alle sue famose sedie e a una sua terracotta smaltata del 1962». Adesso, quando sarà consentito in base all’emergenza sanitaria, si attende d’organizzare una mostra, un’inaugurazione, così come avvenuto in precedenza. «Qualcuno – rivela l’italianista – mi ha chiesto se fosse il caso di donare le opere in tempo di coronavirus, dal momento che dietro a ogni donazione c’è un enorme lavoro, che va dalla valutazione fino all’imballaggio. Ma io, con questo atto, volevo dare un segnale di speranza, anche la bellezza può salvare. Fermo restando – continua – che, coi musei chiusi, si potrebbero comunque accettare nuove sfide e frapporre tra sé e la tela un computer: incrementiamo tour virtuali o lezioni a distanza degli studiosi su quel particolare angolo di un museo o di un’opera. Poi quando tutto finirà, ritorneremo in quelle sale e sarà come ritornare a casa, a riprenderci i nostri quadri, i nostri colori, le nostre emozioni».