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Mag

“U pani i maju” al profumo del sambuco

Il castello di Pizzo Calabro era nato come roccaforte per la difesa della costa e l’avvistamento del nemico. Fu poi utilizzato come fortezza ove venivano rinchiusi i prigionieri: da lì passarono nomi personaggi illustri come Tommaso Campanella, il conte di Cagliostro, Gioacchino Murat.

Leggenda vuole che vi risiedesse anche, in volontaria reclusione, una principessa di stirpe Castigliana. Bianca non era la principessa delle favole; non era bella, non era affascinante. Era nata albina e con arti deformi. E il destino ancor più si accanì contro di lei facendola cadere, quando mosse i suoi primi, incerti passi, nel braciere che le ustionò il viso, lasciandole orrende cicatrici.

Per i primi anni della sua vita ogni tanto veniva condotta in giro, chiusa nella carrozza e con il volto coperto. Fino a quando decise di isolarsi per sempre dal mondo e rinchiudersi in una piccola ala del castello di Pizzo, che divenne la sua dimora. Bianca trascorreva le sue giornate nel piccolo giardino davanti la sua stanza, scrivendo poesie, suonando e cantando con l’unico dono che il fato le aveva concesso: una voce meravigliosa, che superava in dolcezza e bellezza quella degli usignoli che la venivano a trovare e si zittivano per ascoltarla.

Ogni giorno, Bianca impastava il pane per i prigionieri della fortezza, aggiungendo di volta in volta qualcosa che lo rendesse gradevole: dall’origano al miele, dal succo d’uva ai semi di lino. Il suo sguardo era costantemente rivolto al mare, che tanto amava e dal quale era certa di vedere arrivare un giorno un principe che l’avrebbe amata e resa felice. E pregava che accadesse un miracolo che la rendesse bella, anche solo per un giorno.

E una mattina di maggio, mentre era sotto il sambuco in fiore ed impastava il pane che aveva impreziosito con peperoncino in polvere, vide approdare una nave e scendere colui che, lo sentì, nell’animo, era il principe che aveva sempre atteso. Così iniziò a cantare.

Il giovane, attratto da quella voce melodiosa, iniziò a salire verso il castello. Bianca cantava il suo sogno, con tutto l’amore che aveva rinchiuso nel suo cuore e intanto si guardava nella fontana, attendendo il miracolo che non avveniva. Quando il suo principe fu ad un passo dal giardino, Bianca fu presa dalla disperazione; pensò: “se mi vedrà, brutta e deforme, non potrà mai amarmi; ma avrà amato la mia voce e di questo mio grande amore gli resterà il ricordo”. Corse verso il cornicione che delimitava il giardino e si lanciò verso gli scogli.

Ma gli usignoli che le erano amici si riunirono e la sorressero, riportandola verso il sambuco. Nel tragitto, gli dei del mare e del vento, impietositi, la trasformarono in usignolo e quando si posò su un ramo, fece cadere una nuvola di bianchi fiorellini nell’impasto pronto per essere infornato. Il giovane principe, alzando gli occhi, vide un bellissimo uccellino bianco, che ripeteva il canto che lo aveva ammaliato.

Da allora si prepara “U pani i maju” (nella foto in copertina di Pixelicious), il pane di maggio, con i fiori di sambuco.

di Anna Laura Mattesini – Blogger