29
Mar

Di sangue e di fede, i Battenti di Verbicaro

A Verbicaro, centro della provincia di Cosenza, la settimana pasquale è lo scenario di un rito forte ed intensissimo che ha le stesse caratteristiche di quanto accade con i Vattienti a Nocera Terinese.
Si tratta di riti di flagellazione, rimandano a riti sacrificali e penitenziali arcaici e possono essere ricollegati a pratiche devozionali per la mortificazione della carne e il temperamento dello spirito; a Verbicaro però ci sono delle diversità rispetto alla ritualità di Nocera Terinese.
I battenti di Verbicaro, hanno abiti e accessori di colore rosso, si mettono scalzi, annodano in testa un fazzoletto che ricade con un angolo sugli occhi, indossano una maglietta ed un pantaloncino e si preparano per battere a sangue le parti anteriori delle cosce.
Con un panno di lana vengono strofinati i muscoli anteriori delle cosce, quando la carne è rosea per il fluire del sangue i battenti si percuotono col cardillo, un cilindro di sughero sul quale sono state infisse e saldate, con una colata di cera, cinque acuminate punte di vetro.
Appena il sangue macchia le cosce, i battenti stringono il cardillo tra i denti, abbassano la testa e, per proteggere la propria identità, mettono le braccia conserte, poggiate al petto, in silenzio escono per svolgere tre giri devozionali sullo stesso percorso.
Ci si batte per due motivi: il voto per grazia ricevuta ed il legame ad una tradizione familiare e collettiva.
A rito compiuto i battenti si recano ad lavatoio pubblico e si lavano con l’acqua corrente che rinfresca le membra e rallenta l’effusione.
Come a Nocera Terinese anche a Verbicaro la violenza del rito ha suscitato contrasti con le autorità civili ed anche e soprattutto con quelle religiose; l’ostinazione e la fede hanno avuto la meglio ed il rito continua ancora oggi preservando una pratica di fede ed un elemento costitutivo dell’identità dei due paesi.