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Set

«Porto l’Italia su Marte in cerca di vita»

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«Forse arriveremo su Marte fra trent’anni, se siamo bravi possiamo farcela anche in venti. Colonizzarlo non è impossibile ma occorrono tempo e risorse per creare un ambiente abitabile per l’uomo». In un’intervista che Famiglia Cristiana pubblica nel numero in edicola domani l’astrobiologa Teresa Fornaro, 34 anni, ragiona di stelle, di vita quotidiana e di aldilà. Originaria di Brusciano, in provincia di Napoli, ricercatrice dell’Istituto nazionale di astrofisica (Inaf) di Firenze, è l’unica italiana tra i tredici scienziati che partecipano alla storica missione spaziale della Nasa Mars 2020, lanciata ufficialmente il 30 luglio 2020 ed entrata nel vivo la sera del 18 febbraio scorso quando la sonda Perseverance è riuscita ad atterrare sul Pianeta rosso. Il 10 ottobre sarà ospite al Festival BergamoScienza. A Famiglia Cristiana Teresa Fornaro spiega come si svolge il suo lavoro in una missione storica che porterà, forse, l’uomo a sbarcare su Marte. «Il mio compito», dice, «consiste nell’identificare l’esistenza di molecole organiche sulla superficie marziana, la loro natura e il loro stato di preservazione. Trovare questo tipo di tracce nelle rocce può rappresentare un indizio della presenza in passato di microorganismi, e quindi di forme di vita». La ricercatrice racconta anche della sua fede in Dio: «Sono credente e penso che non siamo figli del caso o di coincidenze fortuite. L’astrobiologia, in fondo, vorrebbe rispondere agli interrogativi che anche gli uomini di fede si pongono: da dove veniamo, come si è originata la vita, se siamo soli nell’universo, se siamo gli unici, se la Terra è l’unico posto per la specie umana o quello più speciale e se ne esistano altri. Credo che dietro alla realtà ci sia un significato più profondo e la scienza può fornire gli strumenti per svelarlo». Infine, rivela come ha vissuto la chiamata della Nasa: «Ero in attesa dei miei figli Andrea e Aurora che hanno compiuto un anno da poco. È più impegnativo accudire due gemelli che la missione su Marte. Per fortuna ho la mia famiglia che mi aiuta. A volte mi collego con la Nasa con Andrea in braccio che piange oppure, mentre lavoro sui dati, devo correre perché Aurora si è svegliata. In quest’ultimo anno abbiamo lavorato in smart working anche noi e nei meeting in video collegamento con gli altri colleghi si sentono i bimbi che piangono. Lavorare così ci ha reso più umani».