03
Set

Paola, la Chiesa sepolta e scoperta per caso

E’ un continuo svelarsi di meraviglie, segni e simboli di storie antiche, di fedi profonde, di povertà in grado di generare ricchezze.
La Calabria è senza dubbio uno scrigno, molti dei tesori che contiene non sono immediatamente visibili, quando lo sono spesso vengono disconosciuti o non particolarmente apprezzati
Ce ne sono a decine, a centinaia.
Capita cosi di potersi imbattere in luoghi straordinari, mentre si cerca qualcos’altro.
E’ la sensazione che si prova, ad esempio, giungendo a Paola, città che deve la sua notorietà e forza attrattiva a San Francesco, gigante della fede e Santo taumaturgo.
Ripercorsi i passi ed i segni di San Francesco a Paola è possibile vivere altre esperienze intense sul filo della storia e delle sue testimonianze.
Giungendo in contrada Gaudimare è possibile scendere, in senso letterale, all’interno di una suggestiva chiesa bizantina risalente al VII sec. d. C, rimaneggiata con l’avvento dei Normanni, probabilmente ad opera dei monaci benedettini o florensi.
E’ la chiesa di Sotterra, un sito ipogeo che riserva le stesse sensazioni che si provano visitando la Chiesa di San Fantino a Palmi (guarda il video).
Mentre quest’ultima fu ricavata da una cisterna romana la Chiesa di Paola è stata quasi certamente ricoperta da materiale di deposito di frane e/o alluvioni.
La sua scoperta risale al 1874 durante i lavori di costruzione della chiesa della Madonna del Carmine, un buco nel terreno (oggi trasformato in lucernario) svelò la presenza al di sotto di un ambiente nascosto da chissà quanto tempo.
Il presbiterio della chiesa custodisce degli affreschi, ai due lati dell’abside è raffigurata l’Annunciazione: alla sinistra l’arcangelo Gabriele, avvolto da un leggero panneggio che sembra mosso dal vento, alla destra la Vergine, adorna di preziosi ornamenti, con il manto nero, e un libro nella mano sinistra.
Nell’abside è raffigurata una teoria di santi (sia uomini che donne), con al centro una figura femminile, anch’essa ornata di un’aureola e recante un unguentario, che potrebbe essere identificata come una rappresentazione di Maria Maddalena.
Questi ultimi affreschi risalgono al VII sec. d. C. e presentano una più diretta derivazione dagli stilemi bizantini, nella parte alta probabilmente vi era la figura di Cristo Pantocratore in una mandorla, di cui oggi purtroppo, a parte alcuni frammenti, non rimangono più tracce.
Su un lato del presbiterio un secondo altare in corrispondenza di un affresco in cui è raffigurata la Vergine rappresentata nell’atto di allattare il Bambino, il quale reca in una mano un melograno, poco a lato un altro affresco rappresenta, in una posa rigidamente frontale, Sant’Antonio Abate.
La chiesa, in uno stato di conservazione precario, è uno degli edifici religiosi più significativi situati in un’area geografica di frontiera tra i domini di Bisanzio e i possedimenti longobardi; era questa infatti la Calabria settentrionale durante l’Alto Medioevo.
Tenendo conto di tutto ciò non possono non venire alla mente alcuni versi di Franco Arminio:

Non conosco una terra più sensuale
un disordine più esemplare
una grazia più oltraggiata.
Questa non è una regione, è un altare.