03
Ago

Il monastero di S. Elia, mille anni e più storie

E’ un simbolo, in larga parte caduto ma ancora in piedi per raccontare una storia lunghissima segnata, come in molti altri luoghi, dallo spirito basiliano, da una fede che diviene riparo non solo per l’anima ma anche per il corpo.
Siamo a Curinga, in provincia di Catanzaro, e poco distante dall’abitato si erge su un pianoro ciò che resta del Monastero di S. Elia Vecchio.

Architettonicamente sono ancora visibili i resti del “Sancta Sanctorum”, un vano a pianta quadrata chiuso da una cupola in buono stato di conservazione, parte della navata e dell’antico cenobio.
Il monastero, prima appartenuto ai monaci Basiliani, nel 1632 passo ai Carmelitani.
La struttura comprendeva anche un piano superiore, del quale restano poche tracce.

Nel 1991 una campagna di scavi ha permesso di individuare la cella del priore, il corridoio centrale, la Cappella di S. Elia.

«Nemmeno i piovaschi gelati che di tanto intanto si rovesciavano dal Monte Contessa, formando pozzanghere livide tra le muraglie affiorate nel corso dello scavo, riuscivano a scoraggiare, in quell’incerto tramonto del sabato 26 ottobre 1991, i primi gruppi di curiosi che cominciavano a salire al Sant’Elia Vecchio. Per tutta la mattinata la frusta del grecale non aveva dissuaso l’archeologo dall’insistere, steso sul ventre, con bisturi e pen-nellino, sui resti che andavano delineandosi»

La cronaca è di Sebastiano Augruso, letterato e storico locale, che racconta il momento in cui l’archeologo Francesco Cuteri rinviene un’insolita sepoltura; in molti, da subito, attribuiscono quella sepoltura a Padre Giacomo Tagliaferro, riformatore del Carmelo, morto a Curinga in odor di santità il 27ottobre del 1635.
In realtà vi trovavano riposo i resti di due donne sepolte insieme, dopo una morte molto probabilmente violenta.

Nel Monastero è ancora visibile, ma in pessimo stato di conservazione ed esposta alle intemperie, un’iscrizione in greco “Signore, vieni in aiuto del tuo servo, signor Costantino vescovo”.
Una delle caratteristiche del Monastero, al di là degli aspetti storico-archeologici, riguarda la fascinazione del racconto, poco distante vi è infatti un maestoso e monumentale albero con più di mille anni di vita.
E’ un Platano gigante, appartenente alla specie Orientalis; la leggenda vuole che a piantarlo fu uno dei monaci del Monastero giunto sin qui dalla lontana Armenia; una storia mirabilmente romanzata da uno scrittore locale, Franco Fruci, che ha dato vita ad uno spaccato narrativo che unisce e fonde storia e fede, Oriente ed Occidente, chiesa e società, amore e morte.