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Lug

Le porte dell’Inferno, si entra anche dalla Calabria

L’argomento solletica l’immaginazione, richiama leggende ed antiche credenze, recupera alla memoria i nostri studi. Quando si parla di Inferno, infatti, la mente corre veloce a chi, più di ogni altro, lo ha immaginato e descritto nella forma e nella misura più somma. E’ Dante Alighieri che accompagnato da Virgilio arriva davanti alla porta dell’Inferno, tutti immediatamente ricordiamo il verso… “Lasciate ogne speranza, o voi ch’ intrate” .

E’ la scritta che campeggia e che paralizza Dante, poi il viaggio continua ma solo perché Virgilio lo prende per mano e lo conduce dentro. E’ uno dei passi più noti della Divina Commedia con un esplicito richiamo all’Eneide e ad Enea che scende nell’Averno (ne parleremo tra pochissimo). La fascinazione dell’Inferno, ben al di là della fede, è fortissima, ogni luogo oscuro, tetro, insondabile viene percepito come infinitamente pericoloso ed sempre associato agli inferi. Accade cosi che nel corso della storia, passata e anche recente, aperture del terreno o anfratti profondissimi siano indicati come punto di passaggio, come bocca o porta dell’Inferno. Ce ne sono molte in giro per il mondo ed una anche in Calabria dove il tema dell’Inferno ma anche del Diavolo e della sua presenza è diffusissimo (si pensi al Ponte del Diavolo nel comune di Civita, a San Francesco di Paola ed alla sua perenne guerra con il maligno, al Santuario di Monte Stella la cui cavità è ricondotta all’ira ed agli artigli di Lucifero).

Ma iniziamo dalla porta dell’Inferno più spettacolare ed anche recente. Siamo nel lontano Turkmenistan, nel deserto del karakum a 260 chilometri dalla capitale Ashgabat. Qui un cratere profondo circa 50 metri e largo 70 brucia ininterrottamente dal 1971. A causarlo furono trivellazioni russe che raggiunsero una sacca di gas, fecero crollare il tetto di una caverna e scatenarono l’incendio.
Ironia della sorte il sito è a poca distanza da un villaggio chiamato Derweze, che significa porta, quando si dice il destino. In Portogallo, nella conosciuta Cascais, una profonda crepa tra gli scogli della costa è chiamata dai cittadini “Boca do Inferno”; stessa cosa accade nella Siberia nordorientale dove una gigantesca voragine – che continua a crescere – è guardata con terrore.
Saltiamo indietro di qualche decina di secoli, nell’antica Grecia e nella Roma classica il collegamento tra inferi e mondo era affidato alla Porta di Plutone, il dio romano dell’aldilà; la porta è stata scoperta da un gruppo di archeologi italiani nella città di Pamukkale in Turchia.

In Italia – e torniamo come promesso alla citazione riservata all’Eneide e ad Enea da Dante – sin dall’antica Roma uno degli accessi all’Ade era Averno, un lago di origine vulcanica che si trova in Campania. Nel Medioevo in Islanda il vulcano Hekla era considerato la prigione di Giuda e porta degli Inferi, qui streghe e diavolo banchettavano. Nel XVI secolo furono i conquistatori spagnoli a scoprire un’altra bocca dell’Inferno, il vulcano Masaya in Nicaragua, sul ciglio fu posta a protezione dal demonio una croce. In Giappone sul Monte Osore dev’essere stata l’attività vulcanica ad indurre la credenza che sulla sua sommità si fermassero le anime che erano in cammino verso l’aldilà. Il motivo? L’odore di zolfo, notoriamente associato alla presenza del diavolo.

Un po’ “eccentrica” la Porta dell’Inferno dei ben più fantasiosi e terreni Stati Uniti, il Devil’s Sinkhole, in Texas. Il buco c’è ma è profondo circa 20 metri. Più che via del Diavolo appare frutto del Dio denaro. E veniamo all’ultima porta, quella nostra, calabrese ed inquietante. Il luogo è misterioso, non c’è una porta da tante bocche pronte ad ingoiare anime dannate. Siamo a Cessaniti, in provincia di Vibo Valentia, dove grandi cavità nel terreno, profonde anche più di quaranta metri e dalla forma circolare quasi perfetta vengono chiamate da sempre nel dialetto locale “vucchi du ‘mpernu”.

La particolarità delle bocche dell’Inferno vibonesi è che da esse fuoriescono forti correnti d’aria e che la leggenda più in voga vuole siano nient’altro che il respiro del Diavolo che li dentro riposa. Le correnti d’aria sono un fenomeno geologico ma le leggende si sprecano. Ed è cosi che si pensa anche alle cavità come la dimora della crudele Lamia che si nutre di sangue umano; leggenda forse più aderente alla storia magnogreca della Calabria. Le Lamie nella mitologia dell’antica Grecia erano figure femminili che rapivano bambini o adescavano giovani per poi nutrirsi del loro sangue.
Altra leggenda, le bocche nei secoli passati divorarono l’originario centro abitato, da qui il nome del nuovo paese Cessaniti, il vecchio era cessato, ingoiato, morto.