18
Lug

Le fiabe calabresi di Letterio di Francia

C’è un mondo, tutto un mondo in ogni fiaba. Un grande patrimonio emotivo nascosto in un baule impolverato il cui contenuto, attraverso le banalizzazioni della postmodernità, sarebbe facile dipingere come «perduto» o «scomparso». L’arcipelago di narrazioni popolari messo insieme da Letterio di Francia, studioso calabrese morto a Torino nel 1940, restituisce invece un punto di vista decisivo per comprendere il nostro dna culturale. Non si tratta di pulsioni legate all’«identità», all’«appartenenza» o ad altre amenità care ai revisionisti in cerca di scorciatoie antistoriche e quasi sempre autoassolutorie. Si tratta, in questo caso, semplicemente di storie: racconti, “cunti”, stornelli, aneddoti, memorie che hanno attraversato secoli di gioie e miserie.

Piccole tracce raccolte pazientemente dal letterato palmese, voci flebili che narrano di costumi, gusti, sogni, bisogni e soprattutto dei destini della Calabria profonda. Non a caso, secondo lo stesso autore, le “Fiabe e novelle calabresi” (già uscite nel 1929 e nel 1935 e oggi ripubblicate da Donzelli) sono degli «umili fiori selvatici» raccolti qua e là grazie alla dedizione dei «novellatori» e delle «novellatrici» di cui riporta il nome in calce a ogni favola, sempre preceduto da una formula dialettale che segna la fine del racconto. La ricchezza del folklore e della tradizione popolare fa sì che le fiabe arrivino anche a rendere le tensioni sociali dei ceti subalterni, diventando quasi una fonte storica (non certo in senso assoluto) che riconsegna il punto di vista attraverso cui il popolo, inteso come categoria sociale, guarda al mondo. Un «catalogo di destini», secondo Italo Calvino. Che non a caso nella sua raccolta di Fiabe italiane aveva inserito ben cinque racconti del letterato di Palmi. L’editore Donzelli ha dato alle stampe due diverse edizioni delle Fiabe di Letterio di Francia: un cofanetto in due volumi, con testo in dialetto calabrese e traduzione italiana a fronte, arricchito da un saggio introduttivo di Vito Teti; e un unico tomo (“Re pepe e il vento magico”) senza il testo in calabrese, curato e tradotto da Bianca Lazzaro, con 16 bellissime tavole di Fabian Negrin, lo stesso illustratore che aveva lavorato a “Il Pozzo delle meraviglie”, opera del grande folkorista siciliano Giuseppe Pitrè riproposta anche in questo caso da Donzelli.

Le fiabe calabresi di Letterio di Francia

Il volume comprende 61 racconti: «29 fiabe, 19 novelle e 13 leggende – si legge nella prefazione – d’argomenti svariati». C’è una principessa così desiderosa di un marito da impastarsene uno di zucchero e farina che, però, è destinato a dissolversi al soffio del primo vento. C’è una moglie incinta che, per un’irresistibile voglia di prezzemolo, costringe il marito a rubare dall’orto della draga e a prometterle in cambio la figlia che nascerà. C’è Betta Pelosa, c’è Palmerino, Giufà, Re Pepe e anche la Bella dei sett’abiti. C’è la “Mamma Sibilla”, la maestra della Madonna bambina che fu condannata, con i suoi libri e la sua scienza, a starsene in Aspromonte, da dove «ammagava» chiunque le capitasse a tiro. E ancora: ci sono briganti, maghe, bambini, uomini e donne di popolo, personaggi dai nomi strani e fantastici le cui storie, a volte, ricordano quelle di protagonisti fiabeschi divenuti ben più noti. Di Francia sostiene di aver trascritto fedelmente i racconti così come gli sono stati riferiti, senza aggiungere nulla, e dalla sua l’autore di Palmi aveva certamente una grande competenza demologica e filologica, tanto che la sua opera fu considerata seconda solo a quella di Pitrè. Tra i suoi meriti, secondo Teti, c’è quello di essere riuscito a legare «gli studi letterari, filologici e storico-critici sulla novellistica italiana con i suoi interessi per la demologia e le fiabe popolari calabresi». Agli occhi del noto scrittore e antropologo, dunque, Letterio Di Francia ha saputo riconciliare «la ricognizione storico-antropologica e l’analisi morfologica con le emozioni dei racconti» che molti, come lo stesso Teti, avevano ascoltato da bambini «e che così spesso, attraverso le sue pagine, ritornavano a prendere vita». Merito anche delle note dettagliate redatte da Bianca Lazzaro, che nella traduzione è riuscita a preservare l’oralità originaria dei racconti. Racconti che erano resi magici da voci, rumori, silenzi, sguardi e gesti dei «novellatori», dalla teatralità primordiale della messa in scena popolare. E che consentirono alla tradizione demologica calabrese, di cui Letterio di Francia è uno dei massimi esponenti, di dare un contributo notevole alla cultura nazionale ed europea.

«Disgraziatamente – scrive lo stesso studioso di Palmi – io non posso affermare per questi miei umili racconti, come pur sarebbe mio vivo desiderio, ch’essi nacquero accanto al fuoco, come dei propri scrisse in passato qualche autore di novelle originali, composte probabilmente nel cuore dell’estate; ma una cosa, tuttavia, sono in grado di asserire con piena coscienza, che queste mie povere narrazioni, quali ch’esse siano, ebbero un’origine e intendimenti assai più modesti. Nacquero, cioè, da un grande, intenso, appassionato amore per tutti i problemi attinenti al Folklore, e specialmente verso quell’inesausto e inesauribile patrimonio, comune e caro a tutti i popoli del mondo, vecchi e nuovi, che costituisce del Folklore la parte più vitale e più amena: ossia il genere narrativo, e direi quasi, l’epopea in prosa delle tradizioni popolari».

“A fàula è ditta
e cacciamundi a barritta”.

Le fiabe calabresi di Letterio di Francia

 

Letterio Di Francia, nato a Palmi nel 1877 da una famiglia di modeste condizioni economiche, consegue tra incredibili sacrifici, nel 1895, il diploma di maturità al liceo di Monteleone. Nel 1897 si iscrive al corso di laurea in Letteratura italiana all’Università di Messina, dove segue i corsi di Vittorio Cian, allievo di Arturo Graf. Grazie agli insegnamenti del maestro comincia a coltivare gli studi di novellistica e di letteratura. Vincitore di una borsa di studio, si trasferisce alla Scuola Normale di Pisa e nel 1901 si laurea con una tesi su Franco Sacchetti Novelliere. Nello stesso periodo frequenta il Regio Istituto Superiore di Firenze e si perfeziona con una tesi su Alcune novelle del Decamerone. Dal 1902 al 1908 insegna nelle scuole italiane d’oltremare. Tornato in patria, comincia una lunga carriera di insegnante nei licei, tra Parma e Torino, dove ricopre anche l’incarico di preside, e dove consegue la libera docenza in Letteratura italiana presso la Facoltà di Lettere dell’Università. Tra il 1924 e il 1925 pubblica, nella collana «I generi letterari» di Vallardi, il suo fondamentale lavoro in due volumi su La novellistica. Nel 1927 pubblica uno studio su Il Pentamerone di Giambattista Basile, entrando in diretta polemica con Benedetto Croce. Negli anni successivi mette a frutto gli studi sulle tradizioni popolari calabresi che per una vita ha portato avanti in parallelo a quelli letterari, e si dedica alla raccolta e annotazione delle Fiabe e novelle calabresi, di cui pubblica nel 1929 una prima edizione. Il successo di critica e di pubblico lo porta a ristampare l’opera nel 1935, con una serie di aggiunte e integrazioni. Muore a Torino nel 1940.

di Sergio Pelaia (pubblicato sul Corriere della Calabria)