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Lug

Lamezia Terme, il cofanetto islamico e i rapporti tra Calabresi, Normanni, Svevi e Arabi

Può sembrare strano ma l’incipit di un articolo dedicato al Museo Diocesano di Lamezia ci porta, in premessa appunto, in Turchia. I recenti fatti e la decisione di (ri)trasformare in Moschea la Basilica di Santa Sofia, cattedrale Bizantina dedicata alla Divina Sapienza ed inaugurata nel lontanissimo 537 sotto l’Imperatore Giustiniano, hanno all’improvviso riportato al centro delle riflessioni gli storici, complicati ma per molti versi entusiasmanti rapporti tra due delle grandi religioni monosteiste, cristianesmo ed islamismo. Ovviamente parliamo del delicato, e spesso spezzato, equilibrio tra due fedi che hanno segnato fortemente la storia dell’umanità e dell’arte. Questa premessa è d’obbligo in quanto richiamo a quelle testimonianze che nel meridione d’Italia, in Calabria e Sicilia in particolare, documentano quanto le due fedi e le due culture si siano scontrate ma abbiano anche dialogato. Quanto e come della ricchezza dell’una o dell’altra godano oggi singoli territori.

Ma torniamo al Museo Diocesano di Lamezia Terme, perché nelle sue sale espositive il pezzo più pregiato è proprio un cofanetto proveniente dall’antica Diocesi di Martirano, realizzato con la tecnica dell’avorio dipinto e chiaro esempio dell’arte islamica del dodicesimo secolo. Rettangolare e con coperchio di forma troncoconica è realizzato con sottili lamine d’avorio tenute insieme da zeppe, anch’esse d’avorio, il rivestimento interno è ancora quello originario in tela di lino. Le decorazioni elegantissime riproducono arabeschi, un felino ed un pavone. Una scrittura araba è invece visibile lungo la cornice anteriore.

Il cofanetto trova riscontri formali e decorativi con quello del Museo di Capodimonte a Napoli e con uno della Cattedrale di Anagni; ma con un cofanetto del Tesoro della Cattedrale di Veroli presenta tali affinità da poter ipotizzare che tutti e due provengano da una stessa bottega, eseguiti dal medesimo artigiano. Queste scatole, finalizzate a contenere canfora o aloe, piccoli gioielli o monili, erano segno di galanteria offrirle in dono a personaggi di rispetto o ad una persona amata, e certamente interessarono ambienti di corte o dell’alta borghesia. Non completamente risolta è l’interpretazione della frase, secondo il Prof. Fathi Makoloril, tradotta come “ti offro la coda di questo, disse all’amico” conferirebbe al dono, contenuto nella scatola, un senso tra l’ironico ed il sarcastico e troverebbe giustificazione nella evidente ripetizione di uccelli dalla vistosa coda e dall’accentuato andamento di quella del felino.

Il cofanetto integra e relaziona Calabria e Sicilia, arabi, calabresi, siciliani, Normanni e Svevi,; è elegante, leggero, evocativo e straordinariamente prezioso nella capacità di mostrare relazioni che si svilupparono lungo la linea della storia tra cristiani ed arabi in Calabria, nell’età normanno-sveva. Il Museo, ubicato al primo piano del Palazzo del Seminario Vescovile di Lamezia Terme, è stato inaugurato nel 1998 e successivamente ampliato con ben sette sezioni attualmente aperte alla visita. Oltre al citato cofanetto, la collezione, una delle più importanti dei musei diocesani calabresi, è composta da opere ed oggetti realizzati da maestri meridionali e locali in un arco temporale che si sviluppa dal XV al XX secolo.

Non mancano attestazioni della scuola roglianese che a partire dal XVI secolo diedero vita ad una produzione locale di alto valore artistico. (leggi qui)

Tra le sculture, una Madonna delle Grazie attribuita a Domenico Gagini e statue in legno policromo del XVI secolo. Tra i dipinti, oltre a quelli realizzati da Francesco Colelli, è notevole il “S. Francesco in orazione”  realizzato da Francesco Cozza, il pittore gentile, l’allievo più fedele del Domenichino. Nel 1600 i calabresi che si sono fatti onore a Roma con la pittura sono stati solo due, il primo è il “Cavaliere calabrese”, l’altro – appunto – è Francesco Cozza che nella città eterna passò quasi tutta la sua vita d’artista, dal 1631 al 1682.

Dipinti, sculture, paramenti sacri e oggetti liturgici,antichi reliquiari, argenterie di artisti napoletani fanno mostra di se in un allestimento che è tra i più curati ed innovativi della regione.