28
Ott

L’Affruntata, storia di un «mirabile artificio»

L’andatura incerta, il passo che tradisce l’incredulità. Poi quello sporgersi in avanti, quasi come in un saluto diffidente, uno strano inchino, seguito da una repentina marcia indietro. E ancora, di nuovo, la stessa scena, la stessa snervante ritrosia, lo stesso confronto mancato, ma cercato con incedere sempre più incalzante. Ansia contagiosa, esitazione, tentennamenti che trasmettono un timore crescente e, infine, l’incontro tanto sospirato: la madre, ormai sazia di disperazione, si trova di fronte il figlio che credeva morto, lascia andare via il suo lutto, il manto nero le viene quasi strappato di dosso e così, finalmente, la gioia scaccia il dolore, la vita sconfigge la morte.
Più di tre secoli fa tutto ciò veniva descritto come un «mirabile artificio», un rito dalle radici antiche, carico di pathos ed emotività, attraverso cui mettere in scena la narrazione drammatizzata dell’incontro tra la Madonna e il Cristo risorto. Uno dei più noti e accreditati storici della Calabria seicentesca racconta con stupore di come, la domenica di Pasqua, «si accresce la festa nella città di Gerace con una processione di mattina col concorso di quasi tutta la città, e l’uno e l’altro clero secolare e regolare, nella quale con mirabile artificio s’incontrano insieme la Vergine da lutto con Cristo Sagramentato: al cui incontro svestita la Madre de’ suoi lutti, adora il suo carissimo Figliuolo: incontro qual riempie di molta tenerezza d’affetto i circostanti». Sono parole di Fiore da Cropani che, nel suo “Della Calabria Illustrata”, già alla fine del XVII secolo descriveva questa suggestiva rappresentazione sacra che oggi, per ragioni molto diverse, spesso molto distanti dalla natura intrinseca del rito, continua a suscitare curiosità e meraviglia.

L’Affruntata è tradizionalmente molto sentita, per esempio, a Sant’Onofrio e Stefanaconi, due piccoli centri alle porte di Vibo Valentia. L’Affruntata – Cumprunta, Cunfruntata, Svilata – è una tradizione consolidata in molti centri del Vibonese, del Catanzarese e del Reggino. Con varianti a volte notevoli, si celebra sia a Vibo città che nella frazione Marina, ma anche a Filadelfia, Briatico, San Gregorio d’Ippona, Rombiolo, Maierato, Arena (il lunedì dopo Pasqua), Dasà (il martedì, con il nome di ‘Ncrinata), Soriano, Polistena, Cinquefrondi, Bagnara, Gioiosa Jonica, Caulonia, Roccella, Siderno, Caraffa del Bianco, Badolato, Sant’Andrea apostolo, Satriano, Soverato superiore, Stalettì, San Vito sullo Jonio, Borgia, Chiaravalle centrale. In molte delle località citate i protagonisti del rito sono i simulacri della Madonna addolorata, di San Giovanni evangelista e del Cristo risorto, anche se in alcuni paesi vi è la presenza di altre figure evangeliche, come la Maddalena o gli angeli.
Il nome deriva proprio dall’incontro, preannunciato da San Giovanni, tra la Madonna e il Cristo risorto, ma c’è anche una forte componente simbolica: la rappresentazione del parallelismo tra ordine divino e umano e, soprattutto, della lotta tra morte e vita. Il rito è probabilmente collegabile alle “sacre rappresentazioni” del Medioevo e del Cinquecento – anche se in molti centri è arrivato nella seconda metà dell’Ottocento – e vi si riscontrano alcune analogie con le liturgie della Settimana Santa rappresentate in forme teatrali anche in Sicilia, a Malta e in alcune regioni della Spagna.
Un tentativo di ricostruzione storica è stato realizzato da Maffeo Pretto nel volume “La pietà popolare in Calabria”. Impresa difficile, avverte Pretto, a causa dell’impossibilità «di tracciare una storia documentata» dell’Affruntata. Innanzitutto, i vangeli canonici non fanno riferimento all’incontro di Cristo risorto con la Madre: sono i vangeli apocrifi – Pretto cita, in particolare, il Vangelo di Gamaliele – a trasmettercene testimonianza. Poi c’è la liturgia pasquale bizantina, in cui ricorrono ritornelli che parlano, appunto, della seconda annunciazione. Infine, l’autore de “La pietà popolare in Calabria” ricorda l’uso dei gesuiti di tenere delle recite nelle piazze durante le processioni, chiedendosi se l’Affruntata non sia sorta in tale contesto.

Al di là delle origini storiche, dei nomi e delle modalità di realizzazione, ciò che resta immutato nel tempo e nei diversi luoghi in cui il rito si rinnova annualmente è il ruolo da protagonisti svolto dai portantini: sono loro, infatti, a dover “raccontare” il messaggio della Resurrezione. È solo con la loro gestualità che si comunica la narrazione dell’Evangelista che porta il messaggio, dell’iniziale incredulità di Maria e della “pasqua” che esplode quando viene “svelata” dal nero e appare, finalmente, nel suo splendore bianco o azzurro. L’incontro avviene quasi sempre la domenica di Pasqua, intorno a mezzogiorno, in un punto centrale del paese. Spesso il momento dell’Affruntata viene ritardato, se ne rallenta volutamente l’esecuzione, e nei fedeli cresce l’aspettativa per la riuscita del rito. Se qualcosa non va per il verso giusto, se le statue cadono o il velo rimane impigliato, si fa strada il presagio di sciagure tremende per l’intera comunità.

La particolarità di questa rappresentazione è che si svolge senza alcuna parola, ma solo attraverso una serie di azioni studiate, semplificate e, come scrive ancora Pretto, «portate a livello di rito» nel momento in cui ogni movimento delle statue è accompagnato «da un’intensa partecipazione corale».

di Sergio Pelaia (Articolo pubblicato sul Corriere della Calabria)