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Lug

La Varia, il miracolo della fede (VIDEO)

Venne al Cav. Giuseppe Militano, nel 1900, l’idea di costruire nelle sue officine la macchina in legno e ferro, inserita nel 2013 nella Rete delle Grandi Macchine a spalla italiane e divenuta «patrimonio Unesco orale ed immateriale dell’umanità. Parliamo della Varia e di Palmi che – a distanza di un secolo – utilizza quella stessa «maestosa piramide» progettata da Don Peppino, il palmese autentico e geniale, l’imprenditore di successo, l’inventore delle utilissime cesoie e il musicista per diletto, amico di Francesco Cilea.


«Questa maestosa piramide è una scala molto speciale, che porta l’uomo a Dio. Gli angeli e Gesù sono scesi sulla Terra per portare la Madonna in Paradiso».

Giuseppe Militano

Giuseppe Militano

E pensare che i palmesi si dimostrarono davvero contrariati alla vista del prototipo, di quella piramide un po’ bislacca alta due metri, definita da Pietro Milone «na scocca di fica. Nu fusu pe’ filari» ma le critiche di paese non sortirono alcun effetto su Don Peppino che si mise all’opera, aiutato nella sua impresa soltanto dalla principessa Maria Ajossa Pignatelli di Monteroduni. Ci vollero mesi di duro lavoro ed un impegno economico consistente ma alla fine ogni sforzo venne ricompensato dal giudizio degli ingegneri chiamati a collaudarla che la definirono un’opera di alta ingegneria. A dicembre del 1889, Giuseppe Militano entrava a far parte di quel comitato che individuò nell’ultima domenica di agosto dell’anno 1900, la data dei festeggiamenti. Giova ricordare che anche il poeta Milone alla fine dovette ricredersi e scrivere: «Sta Varia fici a tutti restari stralunati». Una curiosità. Le bambole in ceramica, fissate nelle parti girevoli del carro, furono acquistate nel 1900 dallo stesso Giuseppe Militano a Norimberga.

 

«Il Carro Sacro ( macchina medievale) che, in forma di nuvola veicola i figuranti, è alto 16 metri costituito da una base lignea detta “Ccippu”, da cinque travi di quercia, anch’esse lunghe 16 metri , che vengono incastrate alla base di esso, da un’impalcatura di acciaio, disposta come un cono col vertice rivolto in alto, su cui è posizionato un meccanismo sferico, che riproduce il globo terrestre al di sopra del quale è disposta la piattaforma dove il Padreterno trova la sua collocazione e poco più in alto, l’asta di acciaio, col sediolino che ospita l’Animella. La struttura metallica viene addobbata da una carta speciale, impreziosita da mica luccicante, che le fa assumere l’aspetto del nembo. Un meccanismo collocato all’interno consente a due operatori di far muovere il sole e la luna, mentre alla base del Ccippu una ruota persiana, azionata da altri quattro operatori, permette a un carosello di angioletti di girare attorno al carro in movimento. Altrettanti angioletti faranno capolino fra le pieghe della grande nuvola, insieme ad altri cherubini rappresentati da antiche bamboline. L’intera struttura, priva di ruote e del peso di 200 quintali, viene trainata sul selciato di Corso Garibaldi dal popolo, che trazionerà le due grosse funi vincolate alla base del Ccippu, e dai duecento “Mbuttaturi”, che, dalla “Scasata” e durante il traino, provvedono alla stabilizzazione della marcia e alla guida dell’intera struttura. Essi sono disposti in gruppi di 40, secondo le cinque corporazioni che un tempo a Palmi rappresentavano i mestieri più diffusi: i marinai, gli artigiani, i bovari, i carrettieri e i contadini».

La Varia di Palmi rimane una grande testimonianza di fede e Animella, Padreterno, Angioletti e Mbuttaturi, oggi, continuano ad attribuire alla manifestazione quella sacralità che richiama migliaia di calabresi e non alla testimonianza di fede.

«Ricostruiamo con i materiali che avevamo scartato prima. In maniera nuova. Non esiste autentica innovazione se si azzera e si ignora il passato. La tradizione è qualcosa di dinamico, che muta, che si ridefinisce – come l’identità – ma non esistono mondi e comunità possibili costruite sulle macerie. Se mai si tratta di ripartire dalle “rovine” intese come memorie ancora vive, elementi identitarie e si tratta di declinare, in maniera diversa dal passato, parole come pietà, misericordia, tenerezza, convivialità, senso comunitario».

Vito Teti