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La Sinagoga di Bova, emblema della tolleranza

Che la Calabria sia stata terra di frontiera è cosa nota, dallo sbarco sulle coste che diede vita alla Magna Graecia all’arrivo dei Romani. Dalla fortissima presenza bizantina alla ri-latinizzazione normanna. Dalle scorrerie saracene agli “orientali” albanesi. Dalle minoranze albanesi alle enclave occitane. Terra, insomma, di mescolanza, di sovrapposizione di popoli, culture e religioni.

Nel novero di questo stupefacente manifestarsi della storia rientrano gli ebrei, il popolo “migrante” per eccellenza che qui in Calabria ha lasciato segni di una presenza profonda ed antichissima.
La più stupefacente testimonianza di questa presenza (al netto delle tante e successive Giudecche) è rappresentata dalla sinagoga ebraica di epoca tardo imperiale scoperta nel Parco Archeologico a Bova marina (Rc).
L’insediamento, in origine una villa, ha avuto due fasi edilizie, la prima nel IV secolo quando una comunità ebraica si stabilì ai margini di una villa sorta nel II secolo.
Scrive l’archeologo Francesco Cuteri “Le strutture sono orientate 18° a est, in modo da disporre verso Gerusalemme l’aula della preghiera. Il nucleo principale della sinagoga è suddiviso in cinque vani organizzati tra loro in rapporto gerarchico (…) Adiacente a questi, lungo il lato nord, troviamo un grande ambiente aperto affiancato ad oriente dall’aula della preghiera.
Questa era pavimentata con un mosaico organizzato in sedici riquadri e oltre al motivo del “nodo di Salomone” troviamo rappresentato il candelabro ebraico (menorah) con sette bracci costituiti da melograni inseriti in un ramo che si dipartono dallo stelo centrale; alla sommità troviamo lucerne accese. Ai lati del candelabro sono posti, a destra, il ramo di palme (lulab) con il cedro (ethrog) e a sinistra il corno (shofar)”.
La prima fase di vita della sinagoga durò fino agli inizi del VI secolo.
La sinagoga subì una distruzione violenta tra il VI ed il VII secolo per poi essere abbandonata.