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Nov

La Sila, «Gran Bosco d’Italia»

Sarà per le citazioni di Virgilio nelle Georgiche e nell’Eneide o per la descrizione immaginifica di Dionigi d’Alicarnasso. Sarà per la fama che questa grande foresta euro-mediterranea godette nell’antichità, soprattutto per le pregiate materie prime che era in grado di fornire. Sarà per la mole di descrizioni dovute ai viaggiatori stranieri che tra il Settecento e il Novecento la attraversarono, nonostante i disagi e i pericoli. Certo è che la Sila restò a lungo la più famosa montagna del Meridione d’Italia. Al punto da essere anche denominata:«Il Gran Bosco d’Italia».

Paesaggio in Sila

Strabone chiamò Sila l’intera, estesissima montagna del Bruzio (nome allora attribuito alla Calabria). Egli vi includeva, infatti, anche gli attuali massicci delle Serre e dell’Aspromonte, che all’epoca costituivano, nella percezione comune, un tutt’uno indistinto con gli altri rilievi a nord, quantomeno sino alla Piana di Sibari. E come suggerisce l’etimologia del nome (dal greco hyle e dal latino si/va), per secoli tutti ritennero trattarsi di una delle più estese e misteriose foreste del Mediterraneo. Produttrice di miti, storie, leggende. Tant’è che proprio alla Sila – e non al Pollino o all’Aspromonte -pensò il deputato, filosofo e poeta Antonino Anile allorché, nel 1923, si ritenne di scegliere dove ubicare un grande parco nazionale per il sud Italia (poi rimasto a lungo inattuato), dopo che il Parlamento aveva scelto e istituito il Gran Paradiso per il nord e quello d’Abruzzo per il centro. Ma quel che colpì i visitatori stranieri nell’epoca in cui il viaggio al Sud era ancora un’avventura scomoda e rischiosa, e quel che colpisce ancora chi giunge quaggiù per la prima volta e vi sale dalle pianure circostanti, è il carattere fortemente «disambientato» della Sila rispetto alle vicinissime zone costiere ionica e tirrenica, come intuì il meridionalista e geografo Giuseppe lsnardi. Perché la Sila è un paradosso paesaggistico – scrisse Guido Piovene – che inaspettatamente ricorda la Norvegia, con i pini e gli abeti più alti e imponenti di quelli norvegesi, così a breve distanza dalle sponde del Mediterraneo. Insomma, giungendo in Sila in qualunque stagione e ancor più d’inverno, quando un folto manto nevoso ricopre a lungo il dedalo di valli e monti ammantati di una fitta selva di latifoglie e conifere -, sembra di trovarsi in una sorta di «Grande Nord del Sud» scagliato nel cuore del Mediterraneo.

Fu Manlio Rossi Daria, uno dei padri della riforma agraria che abolì il latifondo nel 1950, a indicare in circa 170.000 ettari l’ampiezza complessiva della Sila, ossia del vasto altopiano dalla vaga forma circolare che occupa la porzione centrale e più larga della Calabria. Includendovi, probabilmente, solo parti della porzione settentrionale, denominata Sila Greca, e di quella meridionale, chiamata Sila Piccola, e quasi per intero quella intermedia, la cosiddetta Sila Grande. Ma i nomi di cui abbiamo detto – che si rinvengono sulle moderne carte geografiche, insieme alle varie «presile», ossia ai territori pur sempre montani ma posti al di là dell’orlo esterno dell’altopiano – non hanno nulla a che fare con l’unitarietà storica della Sila, che si soleva distinguere soltanto, per la proprietà dei terreni, tra Sila Regia (il demanio) e Sila Badiale (appartenente cioè alla, un tempo potente, abbazia florense di San Giovanni in Fiore)

Paesaggio in Sila