18
Ott

La “Montagna” e la benedizione delle mucche

Il luogo, dove si svolge la benedizione delle mucche, si chiama “la Montagna”: un altopiano bellissimo, a quasi seicento metri di altitudine, che abbraccia diversi paesi; sullo sfondo ci sono il Tirreno, le Eolie, l’Etna e, a oriente, le cime montuose che nascondono la vista del vicinissimo mare Ionio. Da qui, salendo più in alto su monte Pizzolo, circondati da boschi di faggi, pini e castagni si rimane stupiti dalla sensazione di abbracciare con lo sguardo Ionio e Tirreno. Siamo nel punto più stretto della Calabria e le “vie dei canti”, dei pellegrini che andavano alla Madonna delle Grazie a Torre o alla Madonna della Pietra, a Chiaravalle Centrale, le vie degli asini e dei ciucciai, erano “brevi”, percorribili, collegavano paesi vicini, che adesso sono divenuti separati e lontani per un insensato e improduttivo gioco a sventrare le montagne, ad allungare i percorsi, con sopraelevate e svincoli e gallerie che hanno fatto la fortuna di generazioni di politicanti e di loro esecutori.

Ancora negli anni Cinquanta-Sessanta del Novecento in montagna, “Susu” (perché per la transumanza c’era anche “Jusu”) abitavano e vivevano quasi un migliaio di persone e c’erano due scuole per bambini. L’esodo in Canada, a Toronto, comincia all’inizio degli anni Cinquanta. La fuga, dovuta a miseria, fame, isolamento, sogno di un mondo migliore accomunava gli abitanti della montagna e quelli che vivevano in paese, distante non più di tre chilometri. A Toronto, dagli anni Ottanta in poi avrei incontrato, rivisto, conosciuto molti di loro, quasi tutti bene inseriti nella nuova realtà, benestanti, affermati nel mondo del lavoro e dell’impresa. Tanta nostalgia della montagna, ma nessuna voglia di tornare. I “susari” vivevano una condizione di “vicinanza-distanza” dai paesani. Scendevano in paese la domenica per andare a messa, comperare generi di prima necessità, o altrimenti per sbrigare qualche pratica, andare dal medico o dal sindaco, chiedere qualche “favore” e portare doni alimentari ai benestanti del paese. Ancora negli anni Settanta, quando ancora “Susu” abitavano quasi cinquecento persone, i montanari erano decisivi per i risultati delle elezioni amministrative. Davano o promettevano il voto a chi meglio li curava, andava a visitarli, era in grado di risolvere continui problemi di collegamento. Ai tempi della mia giovinezza, quando ormai ci vivevano soltanto duecento persone, la montagna (in particolare alcune abitazioni e famiglie) era il luogo della nostra azione politica, dei nostri sogni di riscatto, di scampagnate, pasquette, mangiate. Ritorno in montagna, spesso, con inevitabile nostalgia e ricordando i volti delle abitazioni piene e accoglienti, ma non penso certo di ritrovare il mondo perduto. Ho ancora la curiosità di vedere quel che resta e anche quello che accade di nuovo.

Oggi vivono in montagna non più di cinque famiglie. Una delle ultime rimaste, la famiglia Galloro, da un quindicennio, assieme agli altri abitanti e alle persone che frequentano la montagna per attività lavorative (coltivazione, allevamento dei maiali e delle mucche) ha inventato una festa religiosa e conviviale per ringraziare Sant’Antonio Abate, che protegge le mucche che vengono allevate. Il nuovo rito in onore del Santo (che in Calabria era conosciuto come Sant’Antonio “de lu porcu”; infatti il 17 gennaio cominciavano le macellazioni dei maiali e le feste dei Carnevali) era stato interrotto per la scomparsa di Nicola, il capofamiglia, e poi di due suoi figli, Ciccio e Vincenza, di cui ricordo ancora il volto sorridente e accogliente. Comare Vittoria, la moglie di Nicola, donna antica che sembra, con lo sguardo pietoso, voler proteggere e custodire quei luoghi, e i figli Vito, Luciano, Cosmo e Graziano non si sono arresi, hanno modernizzato la coltivazione e si dedicano all’allevamento di maiali e di mucche, il cui latte viene portato in una “centrale” a San Vito sullo Ionio o utilizzato per fare ricotte, formaggi, mozzarelle, caciocavallo molto richiesti perché l’allevamento è fatto con prodotti “nostrani”, locali, coltivati direttamente in loco. Non è una vita facile la loro. Tanta fatica dall’alba alla sera, da “scuro a scuro”. Sempre in movimento e in apprensione. Quest’anno hanno ripristinato la nuova tradizione di una messa che si conclude con la benedizione delle mucche, celebrata dal parroco in un grande capannone con la presenza del sindaco e di tante persone che vengono dal paese per amicizia, per partecipare al rito, per fare festa. Una festa sentita con canti e inni accompagnati dalle musiche di una pianola e di una chitarra di due persone impegnate nella vita ecclesiale della comunità. Nelle immagini si vede un’antica vicinanza tra donne, uomini, bambini, animali e cose.

L’odore del fieno, della stalla, delle mucche sembra un profumo, mi ha detto commosso un anziano contadino, e i bambini che giocano e si rincorrono sembrano dargli ragione. E poi, dice il prete e ripetono donne e uomini, Gesù Bambino non è forse nato in una grotta molto più angusta, fredda, piccola del capannone che accoglie un centinaio di persone? Alla fine della messa, sono in molti a fare la comunione: le ragazze girano con la “spasa” e offrono zeppole, dolci. Più tardi, per chi ha voglia di restare, c’è un grande banchetto a base di salumi, formaggi, sottoli, sottaceti, erbe dei campi e cavoli cucinati e mescolati con fagioli “russajanchi” (una produzione del luogo, rilanciata di recente con una certa fortuna). Mentre mangiavo, ricordavo quelli di prima e osservavo persone di almeno cinque generazioni. Notevole è la presenza di bambini, di ragazze, di giovani. I fratelli Galloro e la loro madre siedono discreti, quasi fossero loro gli invitati, sollecitando con garbo gli altri a mangiare. Danno l’attenzione e la scena a chi li onora con la loro presenza. Due amici, che festeggiano il compleanno in questi giorni, spengono due candeline su una grande torta. Torno in paese con il mio fraterno amico e parente Michele. Cerco di non uscire fuori strada per la fitta nebbia. Ai lati fanno la loro comparsa, come fantasmi inquieti e che chiedono udienza, le case vuote, abbandonate, con le finestre e le porte sventrate, senza tetto, sovrastate da spine ed erbacce.

Non so se questi ultimi abitanti, che con amore resistono, ce la faranno; non so se ci sarà chi raccoglierà la loro eredità e diventeranno così gli ultimi di un antico mondo e i primi di un nuovo mondo di montanari. Adesso che una lunga e fasulla ideologia modernista (cui faceva da contraltare il mito operaista di tanta sinistra) – che ha svuotato questi ormai “non più luoghi” con la favola che la montagna era arcaica, improduttiva, arretrata – è stata decostruita da nuove pratiche di resistenza e da nuove forme produttive, forse chi decide e chi governa potrebbe essere spinto a favorire la costruzione di nuove comunità, a sostenere giovani che vogliono tornare alla terra e ai luoghi che sono fertili e di una bellezza struggente.

Non sono ottimista, anche di fronte alle recenti scelte politiche, ma intanto penso che questa famiglia, queste persone, questi ragazzi in qualche modo pensano a un futuro possibile e comunque mettono in atto comportamenti, pratiche, vicinanza, convivialità che meriterebbero una diversa attenzione e che, comunque vada, restituiscono senso, memoria, vitalità e speranza a questi luoghi solo apparentemente periferici. Non andiamo dicendo che bisogna sperimentare nuove coltivazioni e produrre beni che arrivano dall’agricoltura, dall’allevamento, dalla pastorizia? Cosa mangeranno domani le persone che, secondo qualche falso profeta, non avranno più bisogno di lavorare? E se una nuova vita nascesse proprio in questi territori che continuano ad avere un’anima e dove il rapporto con la terra, gli animali, le persone avviene con una sacralità altrove scomparsa?

di Vito Teti – Antropologo e scrittore (testo pubblicato sul Corriere della Calabria)