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Set

Il giovane Alarico ed il suo tesoro

COSENZA La città dei Bruzi è stata luogo fatale per un re che probabilmente deve l’immortalità ad una suggestiva narrazione che lo vuole sepolto nel letto del fiume Busento. Ma chi era Alarico I Re dei Visigoti? Il popolo germanico dei Goti era considerato barbaro perché non parlava né greco né latino e, in senso traslato, indicava per i greci il “forestiero”.

La calata dei barbari in Italia, avvenuta nella tarda età imperiale, si inserisce in un periodo di mutazioni culturali. E’ indubbio che attraverso le scorrerie e gli insediamenti delle genti germaniche siano cambiate le condizioni della vita quotidiana e dei suoi fondamenti morali nei vari centri abitati e, in modo particolare, a Roma, che da centro di dominio e divulgazione greco-latina diventerà poi luogo di consacrazione e diffusione del Cristianesimo. La storia di Alarico I il Balta, era già scritta nel suo nome che era Alareix (il re di tutti) discendente dal dio Balder figlio di Odino, nato a Perice, nel 370 nell’antica Dacia (attuale Romania) alla foce del Danubio ai confini con l’impero e come tutta la sua gente conosceva il greco ed il latino.

Alarico corporatura atletica, chioma bionda rossiccia, occhi chiari, bello e forte condottiero con il suo cavallo bianco non temeva rivali, visse la maggior parte dei suoi giorni a contatto con i Romani, assorbendone usi e costumi. Le fonti storiche narrano che vestisse generalmente l’uniforme degli ausiliari romani e portasse calzoni germanici. Il re dei Visigoti, detto il balta (audace), federati dell’impero romano, aspirava al comando delle legioni imperiali, e puntò prima verso l’impero d’Oriente e poi all’Italia approfittando della debolezza dell’impero diviso in due.

Alarico – Re dei Goti

C’è da considerare che quando Alarico invade Roma, non era più la capitale dell’impero romano, perché Costantino, l’imperatore che rese possibile il trionfo del cristianesimo nell’Impero, aveva fondato una nuova capitale, Costantinopoli, sul luogo dell’antica Bisanzio. Flavius Alaricus fu fermato per ben due volte dal generale romano Stilicone e si sentì tradito da Onorio, imperatore d’Occidente, che non accettò di concedergli la dignità di magister militum. Dopo aver tentato invano di trovare un accordo con lo stesso Onorio avanzò su Roma. Il 24 agosto attraversò la via Salaria e con i Goti marciò sull’urbe mettendo a ferro e fuoco la città spogliandola di ogni bene arrivò al Quirinale raggiungendo poi l’area dei fori ,danneggiando la parte a nord, oltre che la Basilica Emilia e quella Giulia saccheggiando il tempio della pace al cui interno erano presenti i tesori di guerra dei romani tra cui manufatti originali greci di Fidia e Mirone oltre che numerose opere d’arte preziosissime e raggiunse il foro della pace, dove erano allocate le spoglie del tempio di Salomone tra cui il candelabro d’oro a sette bracci (menorah) e l’Arca dell’Alleanza depredati da Tito nel 70 d.C.,e celebrati nell’arco trionfale a lui dedicato. Le fonti antiche tramandano che nonostante la ferocia del saccheggio, che durò 3 giorni,i barbari risparmiarono i principali edifici sacri e quelli che vi avevano trovato rifugio. Alarico, considerato strumento della punizione divina, risparmiò solo le chiese ed il tesoro degli apostoli, che fu portato in Vaticano. Non potendo aspirare alla toga imperiale perché «barbaro», comandò una rapida ritirata nonostante Roma potesse dare tanto ancora. Mancavano, però, i viveri per i suoi Goti, che tormentati dalla fame presero assieme al loro re la strada verso sud. Lasciarono la città eterna con il ricco bottino e con un gran numero di prigionieri tra cui Galla Placidia sorella dell’imperatore Onorio, e il generale romano di origine illirica, Ezio. Alarico intendeva passare in Sicilia e poi in Africa, che all’epoca erano province romane ricche e tranquille, adatte quindi a dare finalmente una patria al popolo dei Goti. I barbari in 400.000 marciarono percorrendo la via Annia-Popilia diretti verso Reggio Calabria. Arrivati alla punta dello stivale, incendiarono la città e successivamente tentarono di attraversare il tempestoso stretto di Messina, ma molte navi in numero incalcolabile, di tutte le forme e dimensioni, naufragarono o andarono disperse. Anche Spartaco come Alarico non era riuscito in questa impresa. I Visigoti, non potendo più raggiungere Carthago (Cartagine), città adatta a diventare la loro capitale, furono costretti a percorrere la strada a ritroso avendo come meta la Gallia. Il raptor urbis con estrema libertà attraversò la terra dei Brettii e Cosenza che al tempo contava circa 2000 abitanti fino ad accamparsi nel vallum dove il Crati incontra il Busento. Ma la vita dell’ormai quarantenne condottiero venne bruscamente interrotta. Lo storico Jordanes, vescovo di Crotone, conferma la tesi della sepoltura di Alarico nel Busento, poiché afferma di averlo letto nella Historia Gothica di Cassiodoro di Squillace. Ma quale fu la causa della morte di Alarico? Venne colpito da un dardo, oppure da febbre malarica o forse morì a seguito di un avvelenamento per mano della stessa Galla Placidia, oppure sfibrato da una vita durissima, che per i Goti durava in media 40 anni?

Certo è che gli schiavi deviarono il letto del fiume Busento, scavarono una fossa profonda e seppellirono il Re con l’armatura, il suo cavallo, oltre che con un cospicuo tesoro, fatto di trofei regali e un ricco corredo funerario. Affinché non fosse svelato il luogo di sepoltura, furono massacrati tutti coloro che avevano seppellito il re dei Goti e lo avevano consegnato alla leggenda. Daniel Costa, che ha pubblicato il volume The Treasury of Alaric, sostiene che in esso era compreso il forziere contenente antichi documenti ebraici, come pergamene, rotoli, codici, monete d’oro e d’argento e fra i tanti cimeli storici anche il candelabro a sette bracci d’oro massiccio, rappresentato nell’arco di Tito a Roma. I Visigoti, guidati da Ataulfo, cognato e successore di Alarico, si diressero verso la Gallia meridionale, dove a Narbona celebrò le nozze con Galla Placidia, che ricevette come dono nuziale l’altra parte del tesoro sottratto a Roma da Alarico, come testimoniò lo storico coevo, Olimpiodoro di Tebe.

In tanti cercarono il re e le sue ricchezze durante il corso del tempo e sotto il regime fascista nel 1937, ci fu la massima diffusione del mito di Alarico, addirittura Heimrich Himmler, capo delle SS. Naziste seguì personalmente una campagna di scavi, che non portò ad alcun risultato concreto. La storia del re Barbaro diventa fonte d’ispirazione anche per grandi poeti e scrittori come August Von Platen che scrisse nel 1820 “La tomba nel Busento “ tradotta da Giosuè Carducci, grazie al quale il luogo del mito si trasforma in un paesaggio letterario entrando definitivamente nell’immaginario Europeo.

Se è vero che usi costumi dell’antica Roma si conoscono anche per il grande contributo divulgativo dell’industria cinematografica,forse un ruolo per veicolare il personaggio del leggendario condottiero può essere affidato al cinema ,alle docufiction, oppure al web, per ora facendo una ricerca in rete si possono trovare 900.000 voci su “ Alarico”. Cosenza è diventata il punto d’incontro tra logos e mytos nella vita del giovane re goto visitandola oggi si ammira la suggestiva confluenza dei fiumi Busento e Crati e la scultura “ Alarico sul Cavallo” dell’artista Paolo Grassino, che vuole essere la traccia materiale della storia ormai passata; non distante dalla scultura può capitare di ascoltare le tante guide turistiche che parlano del condottiero tenendo alta l’attenzione dei turisti rapiti sul far della sera dalle luci ,collocate sugli argini, che esaltano il chiaro scuro dei corsi d’acqua rendendo il racconto ancora più suggestivo e poi senza allontanarsi troppo è possibile degustare l’ottima torta “Alarico” ed ecco che si fa di un marcatore territoriale un percorso esperienziale. Chi raggiunge Cosenza non troverà ancora il tesoro di Alareix, ma certamente troverà un tesoro di città.

di Paola Morano
Esperta d’arte e guida turistica

(note storiche tratte da :V. Napolillo- S. Vecchione- E. Stancati)