18
Nov

I vasai di Gerocarne

Per descrivere l’arte dei vasai potremmo scegliere un approccio tradizionale, partire da luogo, tradizione e materia e proseguire poi con tecniche di lavorazione (e lo faremo comunque dopo), forse però l’inizio più corretto di questa breve narrazione non può non essere riferito al significato ulteriore di quest’arte, al suo valore simbolico, alla capacità che il vasaio ed i cocci hanno di essere metafora, prospettiva, insegnamento. Partiamo, dunque, da lontano e dalla Bibbia.

Siamo nell’Antico Testamento, il Libro è quello di Geremia, Dio si rivolge al Profeta: “Prendi e scendi nella bottega del vasaio; là ti farò udire la mia parola”. Geremia scende, ha davanti a se il vasaio intento a lavorare, nota come ogni volta che il modello si guastava il vasaio rifaceva con la stessa argilla un altro vaso. Nel Libro il Profeta scrive come in quel momento giunge nuovamente la parola del Signore. “Forse non potrei agire con voi, casa di Israele, come questo vasaio? Oracolo del Signore. Ecco, come l’argilla è nelle mani del vasaio, così voi siete nelle mie mani, casa di Israele”.

La scena ha una potenza simbolica ed è fortemente evocativa, il vasaio forma, modella, a volte riesce altre volte no e ricomincia; ha pazienza, arte, equilibrio, forza creatrice. Saltiamo in avanti, siamo nel Nuovo Testamento, poco fuori dalla città di Gerusalemme lì dove il Vangelo ci narra del “campo del vasaio”, una zona argillosa dove, evidentemente, si trovavano le botteghe dei vasai.
Secoli di lavoro costruiscono un monte fatto di cocci e di scarti ed il campo si trasforma da quello del vasaio nel “campo di sangue”. La scena è quella di Giuda che tradito Gesù si pente, torna dai Sommi Sacerdoti e riconsegna i trenta denari. Ci sono due versioni ed entrambe le narrazioni ci restituiscono, anche in questo caso, potenti simbolismi.

La prima: Giuda si impicca nel campo del vasaio che era in terra sconsacrata, e cosi i cocci – lo scarto del vasaio – diventano simbolo dell’uomo mal riuscito. La seconda: I Sommi Sacerdoti , non potendo mettere i trenta denari nel tesoro perché erano il prezzo del sangue versato, decidono di usarli per comprare il campo del vasaio che, così, diventa di sangue.

La lavorazione dell’argilla a Gerocarne

Ancora una volta, dunque, la forza evocativa di quest’arte è talmente intensa da essere usata per descrivere metaforicamente momenti drammatici del racconto biblico. Quanto basta per dire che l’arte del vasaio da vita ad oggetti ma trascina con se tante e significative riflessioni. Ma passiamo alla materia, al lavoro, alla sua storia ed alle tradizioni più propriamente calabresi. Nella storia dell’uomo la lavorazione di una materia destinata a creare oggetti utili alla vita quotidiana risale alla preistoria e nel corso di decine e decine di secoli l’impegno si va, ovviamente, perfezionando sino a diventare vera e propria arte. Nell’antica Grecia, ad esempio, la ceramica fu forse la produzione artigianale più ricca e significativa, nei Musei di tutto il mondo grazie al vasellame ed ai manufatti è possibile avere informazioni sulle tecniche di lavorazione, sulla religione, sull’economia e sulla cultura della Grecia ed, ovviamente, della nostra Magna Grecia.  Ed era una ceramica suddivisa tra l’uso comune (contenitori per usi domestici o commerciali) ed il pregio che caratterizzava oggetti finemente decorati. Se quella narrata è la simbologia e la storia antica dei vasai ora passiamo, invece, a tempi più recenti e luoghi più vicini. Siamo a Gerocarne, in provincia di Vibo Valentia e qui nel 1880 l’archeologo François Lenormant segnala che “si fabbricano dei vasi usuali in maiolica, rivestiti di una patina stagnifera bianca, sulla quale si disegnano degli ornamenti a fuoco di diversi colori, rosso, turchino, verde, giallo”. Questo piccolo borgo del Vibonese – accanto a Seminara – è tra i più longevi centri di produzione ed è riuscito a mantenere, di generazione in generazione, l’arte dei vasai preservando anche le antiche fornaci a legna.
Fino a qualche decennio fa i vasai erano classificati in “janchi” (bianchi) e “russi” (rossi), una distinzione generata dal differente colore assunto dopo la cottura dalle diverse argille impiegate.
Peraltro la distinzione era anche un fattore costitutivo della propria arte, cambiavano le modalità e dunque le tecniche ed i segreti e questi ultimi erano tramandati nell’ambito della stessa categoria, i vasai bianchi e rossi non erano intercambiabili ed in ogni caso il risultato non era all’altezza della tradizione. La diversità riguarda anche gli oggetti oltre che la materia e le tecniche; i vasai bianchi estraevano argilla calcarea, grigiastra, duttile e setosa nei pressi di Gerocarne e producevano “cùccume, vasi da dispensa e altre stoviglie ingobbiate, invetriate e ingentilite da semplici motivi decorativi in verde ramina e giallo ferraccia”. Pignate e tegami di varie forme e misure erano invece la specialità dei vasai rossi che impiegavano argilla non calcarea, grassa, resistente al fuoco ed estratta a monte del centro abitato e poi in una cava tuttora in attività. Sotto il profilo produttivo l’avvento della modernità con i recipienti in vetro o plastica determina la sospensione delle attività dei vasai bianchi, i rossi invece resistono con una linea di “prodotti” più contenuta rispetto al passato. Quattro le fornaci conservate nel centro storico di Gerocarne, una delle quali è ancora utilizzata. Per “cuocere” l’argilla la procedura è lunga, prima a fuoco basso per 20 ore, poi alto per almeno altre 4 ore.