26
Ago

I quadarari di Dipignano

E’ un materiale essenziale all’umanità fin dai tempi preistorici, il rame è forse il primo metallo forgiato dagli uomini, complice la facilità nel modellarlo in lastre. Il rame, il bronzo e l’ottone da sempre sono considerati in ragione della resistenza alla corrosione e per l’impiego sia funzionale che decorativo.

I Romani usavano il rame per fabbricare armi, utensili ed ornamenti, la sua estrazione avveniva principalmente dall’isola di Cipro che è, peraltro, all’origine del nome; Cipro in latino è Cyprum dal cui nome derivò aes cuprum e dunque il simbolo Cu e il nome stesso del metallo in buona parte delle lingue moderne. Curiosità mitica sul rame è anche quella relativa all’identificazione simbolica, il simbolo biologico della donna (il cerchio con una croce in basso, lo “specchio di Venere”) è identico a quello usato dagli alchimisti per indicare il rame; la leggenda vuole che Venere sia nata dalla schiuma delle acque di Cipro.

Come sempre storia e leggende si incontrano, mito e realtà si richiamano e si rincorrono l’un l’altra. Nella nostra regione rocce e minerali costituiscono un patrimonio prezioso e sfruttato, sempre, dai conquistatori di ogni epoca, a partire dal Medioevo ad esempio sono significative le attività di sfruttamento delle miniere d’argento di Longobucco e S. Donato di Ninea nel cosentino.

“Al 1701 alcuni ottennero in feudo le miniere di S. Donato, di scavare fino alla circonferenza di 20 miglia. Se ne prese possesso a maggio del 1705. Saggi felici. Da 3 cantaia e 3 rotoli si ottennero 67 libbre e1/2 di rame perfettissimo. L’anno appresso si scopersero 2 grotte, e nel dicembre si aprì la fonderia. Per più anni vi lavorarono 100 forzati sotto la sorveglianza d’Austriaci. (…). Si ottennero oro, argento, mercurio, rame, cinabro. Si lavorò fino al 1736; e si cessò per rivolgimenti politici, l’infedeltà degli impiegati e l’ingordigia del duca di S. Donato”.

Vincenzo Padula

 

Proprio nel Nord della Calabria nasce la storia che stiamo per raccontare e che lega uomini e metalli, abilità artigiane e rame. Siamo a Dipignano, piccolo centro del cosentino le cui prime notizie risalgono al 977 quando il territorio venne occupato da profughi cosentini sfuggiti alle incursioni saracene, da allora il borgo ha seguito le vicende della vicina Cosenza dominata da Svevi, Angioini, Aragonesi, Spagnoli e Francesi.

A Dipignano già nel XIV secolo le notizie indicano come presente l’attività di lavorazione del rame, nasce così dunque la storia dei calderari dipignanesi. Il paese deve la sua notorietà proprio ai maestri del rame, i “quadarari”o “varbottari” erano mestieranti girovaghi, spiriti liberi, artigiani che trascorrevano buona parte dell’anno lontani dalle loro famiglie e dalle loro case. Dipignano è oggi gemellato con la città di Ponti, in provincia di Alessandria, perchè nel loro girovagare nel 1650 a Ponti giunsero calderari dipignanesi che costruirono un enorme paiolo in rame servito per il primo colossale polentone.

Grandi artigiani del rame e fonditori di campane i quadarari sono anche noti per una particolarità che in pochi conoscono; per comunicare tra loro, infatti, usavano una vera e propria lingua che apparteneva solo a loro quasi fosse un idioma iniziatico. Il gergo è detto “ammasckante”, etimologicamente il significato del termine viene indicato come linguaggio che nasconde, maschera, il vero significato delle parole. Più propriamente “ammasckante” deriverebbe dall’antico termine italiano ammascare e cioè comprendere.

Ancora oggi a Dipignano l’arte dei calderari resiste e gli oggetti in rame continuano a prendere forma.