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Gli Scarabattoli di Catanzaro, “artigianato” d’arte (FOTO)

Caterina De Julianis nacque a Napoli intorno al 1670 e deve la sua formazione artistica  alla tradizione dei modellatori in cera napoletani operanti nella prima metà del sec. XVII. Pittrice e plasticatrice di figure in cera policroma, con occhi di cristallo, di lei il biografo De Dominici scrisse: “La parte più rara, per la quale viene ella lodata dal Solimena, è quella di modellare divinamente alcuni Bambini di cera di tanta bellissima idea di sembiante e perfezione di parti, ch’è impossibile il superarli”.

Delle sue straordinarie opere divenne “ghiotta” la nobiltà e la borghesia dell’epoca che le custodiva in bacheche per le preghiere quotidiane; alcune delle sue opere, quattro per la precisione, sono custodite da almeno un paio di secoli a Catanzaro nella Basilica dell’Immacolata e dalla fine del 2018 – dopo un complesso restauro durato un anno – possono essere ammirate in tutto il loro splendore. Una quinta “l’Ecce Homo” era completamente distrutta.  E’ uno dei pezzi più pregiati del patrimonio artistico della città capoluogo di regione, sono – appunto – gli “Scarabattoli” in cera raffiguranti rispettivamente “La Natività”, “L’Adorazione dei Magi”, “Il Tempo” e “Il Compianto sul Cristo”. Il restauro, con tecniche ed approcci moderni, è stato reso possibile grazie ad indagini ad alto contenuto tecnologico e scientifico, l’operazione ha infatti coinvolto un centro di cardiochirurgia che ha messo a disposizione sofisticate strumentazioni (tra cui le tecniche di “imaging”, la Tac, la scintigrafia e i mezzi di medicina nucleare) per effettuare alcune verifiche diagnostiche sugli “Scarabattoli”.

Gli Scarabattoli facevano inizialmente parte dell’arredamento del vescovo della città, Emanuele Spinelli, poi nel 1720, alla sua morte, vennero collocate nell’Arcivescovado  e, dopo i terribili e disastrosi terremoti del 1744 e del 1783, le opere vennero acquisite dalla Regia Udienza che le donò alla Basilica dell’Immacolata. Caterina De Julianis, unica grande artista donna in un tempo di uomini, fu fortemente influenzata dall’abate ceroplasta ed anatomista Gaetano Zumbo di cui fu allieva e collaboratrice per quindici anni. I soggetti realizzati dall’abate, che fu anche chiamato alla corte di Luigi XIV in Francia, riproducevano come temi quelli della malattia, della morte, della putrefazione dei corpi; sono d’altro canto gli anni della peste, degli studi di anatomia, e siamo anche in quella Napoli alchemica e scientifica interpretata dal Principe Raimondo di Sangro. Tutto ciò, ovviamente, influenzò la De Jiulianis, a dimostralo – incontestabilmente – due scarabattoli simili, il “Tempo” e “Il trionfo della Morte” che si trovano a Catanzaro ed a Londra, in essi si intravede la figura anziana e barbuta di Kronos (allegoria del Tempo) con accanto un orologio e le varie fasi della decomposizione dei cadaveri. Sullo sfondo  resti frammentati di ossa umane e altri dettagli anatomici.

Valgono tuttavia le considerazioni di chi per primo ha richiamato l’attenzione sulle quattro opere catanzaresi, il critico d’arte Vittorio Sgarbi: “Ciò che in Zumbo fu drammatico e mortifero è, nella De Julianis, fantasioso, vivido, allegro; entrambi aspirano a meravigliare con i loro mondi paralleli, con diverse tensioni espressive”.