05
Nov

Carni rosse, allarme Oms: in Calabria a rischio 2.600 posti di lavoro secondo Demoskopika

Nei giorni scorsi lo studio condotto dall’OMS, avrebbe messo in evidenza i rischi concreti di cancro legati al consumo di carni rosse lavorate, mettendo in allarme il mondo e l’Italia, uno dei Paesi principali legati a questo settore che, di conseguenza, potrebbe subire enormi e negative conseguenze, specialmente al Sud della nostra penisola, così come evidenziato dall’analisi condotta da Demoskopika.

In soli dodici mesi, le famiglie italiane potrebbero ridurre di quasi 6 miliardi di euro il consumo di ogni genere di carne lavorata e non, di salumi e di insaccati ad oggi stimata in 28,4 miliardi di euro. Una modifica dei comportamenti d’acquisto alimentari, pari allo 0,4% della ricchezza prodotta nazionale, che produrrebbe preoccupanti ripercussioni sul comparto zootecnico ed agroalimentare italiano: oltre 50 mila posti di lavoro in meno. Il Mezzogiorno, che con quasi 380 mila unità lavorative assorbe quasi la metà degli attuali occupati in agricoltura, risulterebbe il sistema più colpito: circa 26 mila posti di lavoro a rischio e una contrazione dei consumi pari a 1.800 milioni di euro.  Al Nord, quattro le realtà più penalizzate: Lombardia, Emilia Romagna, Veneto e Piemonte con una perdita complessiva di ben oltre 11 mila posti di lavoro e con una riduzione cumulata delle spese familiari per la carne rossa, salumi e insaccati pari a 2.200 milioni di euro. Oltre 23 milioni di capi di bestiame interessati dalle raccomandazioni dell’Oms “ospitati” da ben 750 mila aziende con allevamenti.

Si potrebbe ridurre di ben 5.700 milioni di euro la disponibilità delle famiglie italiane di inserire nel bilancio domestico l’acquisto di carne rossa, salumi e insaccati di ogni tipo. Un taglio rilevante, pari ad una contrazione della spesa di 220 euro per ciascun nucleo familiare. Il condizionamento percepito dai consumatori derivante dall’invito «a limitare il consumo di carne» perché associata al cancro al colon-retto, al pancreas e alla prostata rivolto dall’Agenzia internazionale per la ricerca sul cancro potrebbe pesare fino allo 0,4% del prodotto interno lordo italiano: si passerebbe dagli attuali 28.445 milioni di euro a circa 22.755 milioni di euro per le decisioni di acquisto di carne e dei suoi lavorati di manzo, vitello, maiale, agnello, pecora, cavalli e capre.

L’analisi del livello territoriale presenta un quadro abbastanza variegato. Sarebbero le famiglie lombarde a contrarre maggiormente i consumi per un ammontare di 950 milioni di euro, seguite dai nuclei familiari residenti nel Lazio (-627 milioni di euro), in Campania (-525 milioni di euro), in Piemonte (-457 milioni di euro), in Sicilia (-445 milioni di euro), in Emilia Romagna (-417 milioni di euro), in Veneto (-407 milioni di euro), in Toscana (-385 milioni di euro) e in Puglia (-335 milioni di euro).

A ridurre significativamente le decisioni di acquisto verso la carne rossa, i salumi e gli insaccati di ogni tipo anche le famiglie consumatrici calabresi con una contrazione di ben 170 milioni di euro della spesa, i nuclei familiari della Liguria (-167 milioni di euro), delle Marche (-154 milioni di euro), dell’Abruzzo (-140 milioni di euro), della Sardegna (-132 milioni di euro) e del Friuli Venezia Giulia (-112 milioni di euro). Con una riduzione sotto la soglia dei 100 milioni di euro, i consumi delle famiglie in Umbria (-89 milioni di euro), in Trentino Alto Adige (-84 milioni di euro), in Basilicata (-49 milioni di euro), in Molise (30 milioni di euro) e in Valle d’Aosta (12 milioni di euro).

Lavoro: a rischio il 6,3% dell’attuale occupazione. Oltre 50 mila posti di lavoro risulterebbero a rischio, esistenza minata dalla possibile contrazione della voce “carne” nel bilancio domestico delle famiglie italiane. Una perdita di posti di lavoro stimabile in 6,3 punti percentuali rispetto all’attuale offerta occupazionale complessiva nel settore agricolo. Ad essere più colpita, con circa 26 mila posti di lavoro, l’area del Mezzogiorno dove attualmente risultano occupati poco meno di 380 mila persone pari al 46,4% del totale degli occupati nel comparto in Italia. A seguire il Nord ed il Centro rispettivamente con 14 mila e 11 mila unità di lavoro a rischio.