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Nov

Calabria prima in Italia, un mare di segale tra i Parchi nazionali

Potrebbe sembrare strano, ed in parte effettivamente lo è, ma la Calabria negli ultimi dieci anni è la regione che ha coltivato più superficie a segale con oltre 1.400 ettari, seguita dalla Lombardia con circa 800 ettari, il totale nazionale è di 4.200 ettari. Ma prima di approfondire questo aspetto ed i possibili impieghi d questo prodotto partiamo dalla pianta. La segale è una pianta molto rustica, resistente al freddo, riesce a produrre anche quando la siccità si fa sentire.

In Calabria, si distinguono diverse popolazioni di segale e le cariossidi (il frutto, il chicco secco) sono prevalentemente di colore bruno e bruno-verdognolo, più sottili rispetto a quelle del frumento e con un peso medio di 1.000 semi di circa 30 g. La semina avviene in autunno e la coltivazione è molto simile a quella degli altri cereali, in particolare del frumento; la segale ha una caratteristica che la rende competitiva, è infatti forte, cresce rapidamente e parecchio in altezza al punto da lasciare indietro e sotto di essa le temute erbe infestanti, croce e mai delizia dei cerealicoltori.

Le piante infatti possono superare un’altezza di 150 cm e, ancora una nota positiva, resistono al vento che le piega a terra più difficilmente grazie ad una spiga leggera e ad un fusto più elastico. Dicevamo della Calabria prima in Italia, accade perché qui la segale si è adattata e bene nei contesti con un altitudine superiore ai 750 metri s.l.m, ecco perché questa coltura è estremamente tipica nei territori che ricadono nei tre Parchi nazionali, Pollino, Sila e Aspromonte. L’utilizzo di questo prodotto nei secoli passati era legato al pane, ora invece dalla molitura si ottengono farine (tanto integrali quanto bianche) utilizzate per pane, pizze, biscotti, taralli. La richiesta dei consumatori è forte ed in crescita, soprattutto per quanto riguarda la pasta con farina di segale; una tendenza positiva che ha spinto l’Arsac (l’agenzia regionale dei servizi in agricoltura) a proporre l’attivazione di una vera e propria filiera con una indicazione precisa e riconosciuta dell’origine. Pensate se vi fosse l’indicazione della farina di segale “dei Parchi della Calabria”. E’ questo uno degli elementi che rende evidente quanto e come l’agroalimentare sia un settore il cui potenziale di sviluppo è ancora largamente inespresso, siamo primi insomma ma non ne abbiamo piena consapevolezza.
Ultime due indicazioni.
La molitura della segale veniva realizzata (ed in parte ancora avviene) dai mulini con sistemi “a pietre”, la paglia di segale era utilizzata – pensate – per formare tetti e coperture per le stalle, per l’impaglio delle sedie e, addirittura, come lettiera per gli animali. Nei dialetti calabresi la segale è chiamata con diverse espressioni che cambiano leggermente ma richiamano un’unica derivazione fonetica, “Irmanu”, “Irmana”, “Iermanu”, “Iermana”, “Granuiermanu”. Nomi che probabilmente derivano dalla parola “Germania” , territorio dal quale la segale fu importata in Calabria secoli fa.