25
Gen

“Artigianato edilizio” tra fango e paglia

All’argomento, per chi volesse approfondire, è dedicato un interessantissimo saggio “Di Fango e Paglia – Architettura in terra cruda in Calabria” edito da Rubbettino e scritto a quattro mani da due stimati studiosi calabresi, Ottavio Cavalcanti e Rosario Chimirri.
Il tema riguarda una sorta di “artigianato edilizio”, povero quanto resistente, e che costituisce un particolarissimo patrimonio edilizio, emblema di luoghi e cultura.
Parliamo di abitazioni rurali, esempi più di architettura artigianale fondati su impasti di terra cruda, materiale di facile reperibilità, versatile, economico.
Un percorso che vedeva impegnati i calabresi di molti decenni fa nella fabbricazione dei mattoni di adobe (o mattunazzu, bresta, o bisola), alla messa in opera fino alla costruzione dei tetti.
Costruire in terracruda era un pratica molto diffusa in Calabria tra il XIX e il XX secolo, la tecnica – risalente nel tempo – consentiva di costruire opere a bassissimo costo utilizzando elementi naturali ed ottenendo un efficace isolamento termico tanto in inverno quanto in estate.

Come materiale legante era impiegato il fango ed oggi sul territorio regionale rimangono non molte tracce di queste costruzioni.
Mattunazzi è il termine usato prevalentemente nell’area della valle del Crati, bresta è più frequente nel centro-sud della regione, bisola nell’area dello Stretto.
I mattoni, per quanto definiti diversamente, erano sostanzialmente identici; la terra, prelevata dalle cave, era ripulita e riposta in uno scavo; se il materiale era troppo argilloso venivano inseriti altri elementi come la paglia e la pula di grano ma anche sabbia e pietrisco.
L’impasto, riposto negli stampi, riposava per alcune ore e asciugava al sole.

E chissà forse è per questa antica tradizione che oggi la nostra regione, ed in particolare l‘Università della Calabria, è protagonista di un altro interessante percorso.
La terracruda è infatti il materiale con cui è stata modellata una parte importante del patrimonio archeologico buddista, sculture ed elementi architettonici presenti in siti e templi diffusi lungo tutta la Via della Seta, poco conosciute e a rischio, perché la terracruda per sua natura è piuttosto instabile e tende a degradarsi molto facilmente, compromettendo lo stato di conservazione.

Uno studio, coordinato dall’Università della Calabria e dall’Università Politecnica di Valencia e pubblicato sulla rivista “Studies in Conservation”, ha permesso di far luce per la prima volta sulla tecnica utilizzata e sulla composizione del materiale utilizzato, fornendo indicazioni importanti per il restauro. Lo studio ha riguardato le statue del sito di Tepe Narenj, vicino Kabul, uno degli esempi di complesso archeologico buddista meglio conservato in Afghanistan. La terracruda è un materiale molto fragile e difficile da trattare, anche nella fase delle analisi destinate a indagarne la composizione, e le tecniche più diffuse per ottenere informazioni dettagliate sono in prevalenza ‘distruttive’, perché implicano che i frammenti vengano tagliati o polverizzati.

I ricercatori in questo caso hanno usato invece un approccio innovativo e non invasivo, esaminando i frammenti disponibili mediante microtomografia computerizzata a raggi X. Queste nuove indagini, condotte all’Unical, hanno permesso di rilevare per la prima volta la presenza di fibre di origine vegetale utilizzate nell’impasto a base di argilla, ricostruendone la disposizione spaziale e la loro struttura in 3 dimensioni.
Sono state determinate, inoltre, anche le esatte dimensioni delle componenti che costituiscono l’impasto e le loro proporzioni, fornendo ai restauratori informazioni fondamentali per riprodurre impasti compatibili da utilizzare negli interventi di restauro.
Le analisi non invasive sono state eseguite presso il laboratorio di microtomografia µTomo, presente all’interno dell’Infrastruttura di Ricerca STAR dell’Università della Calabria (progetto PON MaTeRiA).