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Amendolara ed il fuoco dei Domenicani. Una tradizione lunga 500 anni

Il contesto è di quelli suggestivi, siamo lungo l’alto versante jonico cosentino, sulla costa la Torre spaccata (guarda il video qui) rimanda ad antichi pericoli, in collina la storia racconta di eremiti e di spiriti bizantini (guarda il video della Cappella dei Greci qui), più in alto i reperti di una civiltà magnogreca i cui fasti sono ancora percepibili.
Siamo ad Amendolara, nel borgo che lega molta della sua storia alla presenza dei seguaci di Sant’Ignazio di Loyola, i monaci domenicani che qui lasciarono profonde tracce.
Segni visibili nelle Chiese cosi come nelle tradizioni.
Il Santo patrono di Amendolara è San Vincenzo Ferreri, nato a Valencia e rampollo di una nobile famiglia legata alla Casa Reale di Barcellona; è un Santo domenicano, predicatore con una grande abilità oratoria e noto per i sermoni dal profilo apocalittico e fama di taumaturgo.
Il legame tra Amendolara e San Vincenzo Ferreri si rinnova ogni anno, non solo con la festa patronale ma anche e soprattutto con la più antica e suggestiva festa del paese che va avanti da 500 anni.
Si celebra l’ultima domenica di aprile quando enormi falò, i “fucarazzi”, illuminano tutti i quartieri del vecchio borgo per celebrare la fine dell’inverno; per realizzare ognuna delle pire, con migliaia di fascini di ulivo disposti attorno ad un alto tronco di pino, decine di persone lavorano per due giorni.
Ai “fucarazzi” si accompagna una processione che ha come particolarità quella dei “puntilli”, in pratica delle barriere umane che si formano al passaggio del corteo diretto ai fuochi; le persone che formano ogni “puntillo” si impegnano ad evitare l’accesso al fuoco costringendo i componenti del corteo a “spuntellare”, si cerca insomma con movimenti sincronici e con il sottofondo di canti e cori di forzare il blocco e liberare l’accesso.
Le fiamme, è bene ricordarlo, caratterizzano da sempre l’iconografia di San Vincenzo che è infatti riprodotto con una lingua di fuoco sulla testa.